Catalogo dei beni culturali
Musei civici del comune di trieste
Questo dipinto di Anton Zoran Music è entrato a far parte della collezione museale nel settembre del 1968, assieme ad gruppo di opere di artisti contemporanei acquistate dal museo con il contributo di cinque milioni di lire stanziato dalla Regione Friuli – Venezia Giulia. In tale occasione le operazioni di acquisto, concluse direttamente con gli autori, sono state abilmente gestite dallo scultore Mascherini che, come si legge nel verbale della seduta del Curatorio del 2 settembre 1968, “avendo sottolineato con l'autorità e il prestigio della sua persona la funzione a cui il Revoltella sarà chiamato dopo il lavoro di ampliamento, è riuscito ad ottenere da artisti di primissimo piano sul campo internazionale – quali Mirko, Deluigi, Burri, Fontana, Music, Capogrossi – il dono di un'opera impegnativa in cambio del rimborso delle spese”. Music, che lo stesso anno, nella sezione intitolata “Linee della ricerca contemporanea: dall'informale alle nuove strutture” della XXXIV Biennale di Venezia, aveva esposto un'opera del 1959 intitolata "Suite bizantina", stilisticamente affine alla presente e appartenente alla “Galerie de France” di Parigi, aveva offerto l'olio in esame al prezzo di 800.000 Lire, all'epoca circa un quarto del suo valore di mercato. Il dipinto in esame, che reca sul retro della tela la scritta autografa di Music “Suite Byzantine 1960”, appartiene alla fase informale del percorso stilistico di Music. Dopo la famosa serie dei Cavallini e quella degli acquerelli delle Zattere e di San Marco - nelle quali il pretesto naturalistico era stato trasfigurato in una compagine di segni, inseriti entro calibrate tessiture cromatiche, memori tanto del colorismo veneto quanto delle dorature spente delle icone slave - alla fine degli anni cinquanta Music aveva avviato “il processo di rielaborazione del dato realistico, della sua trasformazione in segno, in macchia colorata, in tessuto formale rigorosamente controllato” (G. Marchiori, XXX Biennale Internazionale d'Arte di Venezia, cat. mostra, Venezia 1960, p. 105). L'esigenza di sviluppare completamente un tema lo aveva portato a creare molteplici varianti formali, come quelle presentate alla Biennale veneziana del '60, dove aveva presentato in una sala personale undici lavori raggruppati in tre serie: “Serie bizantina”, “Nel paesaggio il vuoto” e “Chiuso primitivo”. Come aveva sottolineato lo stesso Marchiori nella presentazione della mostra, la ‘serie' risultava necessaria all'artista per esaurire un motivo, per sperimentare le diverse possibilità espressive in relazione al variare delle dimensioni e della gamma cromatica. Dopo gli agghiaccianti disegni realizzati nel campo di concentramento di Dachau (che nei primi anni settanta saranno ripresi nel ciclo "Non siamo gli ultimi"), Music aveva attinto ai motivi e ai colori della natura, grazie ai quali era riuscito a riassaporare la libertà e a ricostruire la propria unità e autonomia spirituale. Dai paesaggi dalmati a quelli umbri, senesi, veneziani e orientali, l'elemento naturalistico veniva così trasposto in chiave lirica, evocativa e musicale. Documenta questa ricerca anche il dipinto in esame, dove le forme sono ridotte ai minimi termini, come segni magici affiorati dal repertorio indistinto della memoria, mentre la mobilezza rimanda ai rossi delle terre dalmate, ai bianchi calcinati dei muri, alle trasparenze dell'Adriatico. Nella versione francese del titolo (riportata a tergo dell'opera e dovuta al fatto che Music viveva a Parigi dal 1952), sembra implicita un'allusione alla musica - essendo la suite una composizione strumentale costituita da una serie di danze di unica tonalità o una serie di pezzi strumentali tratti da un'opera – grande fonte d'ispirazione per gli artisti dell'espressionismo astratto.
Il Museo Revoltella di Trieste, a cura di Maria Masau Dan. Vicenza : Terraferma ; Trieste : Museo Revoltella, 2004, pp. 204-205